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I viaggi in Umbria di Herman Hesse

IL RESPIRO DEL TEMPO

Paesaggi, atmosfere, arte, architettura, spiritualità e natura. I racconti di viaggio di Herman Hesse tramandano descrizioni e sensazioni che colgono l’essenza degli umbri e delle città …tra fantasia e realtà.

 

Non è un caso se spesso viene definito “l’eterno camminatore”. Preferibilmente si spostava a piedi e solo negli ultimi anni della sua vita era sua moglie Ninon ad accompagnarlo in auto. Ma di certo non ha mai snaturato la sua filosofia di vita: pronto ad oltrepassare ogni limite nella sua ricerca e non solo nel senso fisico.

Hermann Hesse, alla stregua di tanti viaggiatori del passato, ha saputo sperimentare il piacere della passeggiata e cogliere la gioia della scoperta, girovagando per quei paesaggi a lui ignoti di cui ha saputo poi tramandarci autentici affreschi che, in certi casi, è possibile ancora cogliere. Come nel caso dell’Umbria: essere più volte in Italia per lo scrittore ha rappresentato quel che si chiama “esperienza di vita”. Lui che era solito fissare espressioni e sensazioni non solo con la penna ma anche con la tavolozza, realizzando schizzi ed acquerelli.

Tra fantasia e realtà – che spesso nella sua esperienza si intrecciano pur confermando sempre una visione effettiva di ciò che vide – ci ha tramandato descrizioni deliziose che colgono l’essenza degli umbri e delle loro città. A partire da un umbro eccellente: San Francesco d’Assisi, di cui realizza uno studio biografico. È del 1904 il suo primo romanzo, “Peter Camezind”, in cui scrive: “Accanto ad opere di storia universale e di metodologia storica, leggevo soprattutto monografie e fonti originali riguardanti il tempo del tardo Medioevo in Italia ed in Francia. Accanto a ciò imparavo a conoscere a fondo, per la prima volta, il mio prediletto fra tutti gli uomini, Francesco d’Assisi, il più beato e il più divino di tutti i Santi”.

 

Peter, il protagonista del romanzo, insieme al suo amico Richard legge il “Cantico delle creature”, e, insieme partono per l’Italia: “La Toscana e l’Umbria, Firenze e Assisi, il Rinascimento e San Francesco, costituiscono gli elementi dominanti del viaggio, tra vagabondaggio e pellegrinaggio”, ci spiega Massimo Stefanetti, appassionato ricercatore dei grandi viaggiatori in Umbria, che per la Regione ha curato numerosi approfondimenti sull’argomento. “Entrambi i genitori erano stati missionari in India, il padre era cittadino russo di origine baltica, la nonna materna era francese: in un periodo di trionfanti nazionalismi, per tradizioni familiari e formazione culturale, si considera cittadino del mondo”. Quando nella primavera del 1901 compie il suo primo viaggio in Italia ha poco più di 23 anni e nel 1904, ricordando il suo primo viaggio in Italia, scrive: “L’ingresso sul suolo italiano, per anni agognato, mi procurò infatti a suo tempo un senso di gioia così intenso come non l’avevo mai conosciuto e come forse non mi accadrà mai più di provare. Che il mio modo di viaggiare, di vedere e di sentire fosse indipendente da mode e da manuali di viaggio sarà facile da scoprire. Chi del viaggio vuole fare un’esperienza reale, chi vuole davvero ricavarne una gioia e un arricchimento interiore, non si lascerà guastare dai cosiddetti metodi pratici, il misterioso e sommo piacere del vedere e del conoscere per la prima volta. Chi giunge con gli occhi sgranati in un Paese straniero, fino ad allora conosciuto solo attraverso libri e illustrazioni, ma amato da anni, a costui ogni giorno saranno riservati tesori e gioie inattese, e quasi sempre, nel ricordo, tutto quello che si sarà vissuto in questo modo ingenuo e improvvisato si ricorderà molto di più di ciò che è stato frutto di una metodica preparazione”.

 

Nei suoi resoconti il Cantico di San Francesco ha un’evidente influenza. Si legge ancora nel “Peter Camezind”: “…mi godetti il più nobile e magnifico pellegrinaggio della mia gioventù, attraverso la ricca, verde e collinosa terra umbra. Percorsi le strade di San Francesco, e lo sentii camminare a tratti accanto a me, con l’animo traboccante d’amore inesauribile, salutando con riconoscenza e gioia ogni uccello, ogni fonte, ogni cespuglio di rose di macchia. Raccolsi e succhiai limoni sui pendii scintillanti illuminati dai raggi del sole, pernottai in piccoli villaggi, cantai e poetai dentro di me e festeggiai la Pasqua in Assisi, nella chiesa del mio Santo. Per me quegli otto giorni di vagabondaggio attraverso l’Umbria hanno sempre rappresentato il coronamento ed il bel tramonto della mia giovinezza. Ogni giorno delle nuove sorgenti sgorgavano in me ed osservavo luminoso e festoso paesaggio primaverile come avessi fissato i miei occhi in quelli benevoli di Dio. Nell’Umbria avevo seguito, venerandolo, Francesco, il “giullare di Dio”. “L’amore per Assisi e per gli studi francescani hanno spinto Peter a tornare in Italia e in Umbria – sottolinea Massimo Stefanetti – e attraverso le sue parole si intuisce quali riflessioni sviluppa lo scenario che ha davanti a sé”. Scrive Hermann Hesse: “A Perugia ed Assisi i miei studi storici ricevettero nuova vita, si animarono di nuovo interesse. Poiché laggiù la esistenza quotidiana era un piacere, il mio essere logorato incominciò ben presto a risanarsi ed a gettare nuovi ponti provvisori verso la vita. La mia padrona di casa ad Assisi, una ciarliera e devota erbivendola, strinse con me una cordiale amicizia a causa di alcuni discorsi che avevo fatto sul Santo, e mi creò la fama di fervente cattolico. Questo onore assai poco meritato mi procurò tuttavia il vantaggio di poter allacciare rapporti più intimi con la gente, perché scevro dal sospetto di paganesimo che altrimenti pesa su tutti gli stranieri. La donna si chiamava Annunziata Nardini aveva 34 anni ed era vedova, di corporatura enorme e di modi assai gentili”.

 

Le cittadine attraggono ed attirano Hesse: arte, architettura, natura, entrano in colloquio con l’uomo e con la sua solitudine tra stupore e spavento. Sono del 1907 due brevi scritti su Montefalco e di Gubbio. Quest’ultima, in particolare, costituisce uno scritto importante per comprendere le motivazioni del viaggiare e i piaceri del viaggio. Perché si viaggia? Perché Hermann Hesse viaggia? Che cosa cerca in Italia e perché si trova proprio quel giorno a Gubbio? Non certo per riposare, perché il viaggiare non è riposo, non per curiosità e nemmeno per fare degli studi; forse per amore dell’arte o meglio per ‘tornare a sentire con i propri sensi il passato come presente, il lontano come vicino, il bello come eterno”. “Quel giorno – racconta Hesse – mi trovavo a Gubbio per trarre coraggio e fiducia alla vista delle grandi opere dell’uomo. Era questa la conclusione delle mie riflessioni. Nel frattempo mi ero inerpicato per una ripida stradina e dopo aver imboccato una via laterale quasi pianeggiante mi ritrovai inaspettatamente davanti alla costruzione più imponente della città, il medioevale Palazzo dei Consoli. Quella vista pose fine a ogni pensiero. Salii sulla grande terrazza, ridiscesi, osservai e ammirai. E per quel giorno la meraviglia fu tutto. La grandiosa, quasi temeraria audacia di questa architettura produce un effetto assolutamente sbalorditivo e ha qualcosa di inverosimile e conturbante. Si crede di sognare o di trovarsi di fronte a uno scenario teatrale e bisogna continuamente persuadersi che invece tutto è lì, fermo e fissato nella pietra. Mi allontanai con questa sensazione di grande stupore e continuai a girovagare per la città per una buona ora, senza riprendermi da quel senso quasi paralizzante di sbalordimento. Mi accoglievano stradine su stradine, tutte ripide, silenziose, sdegnose, e tutte popolate di alte e disadorne case di pietra dal selciato risonante. Qua e là un minuscolo giardino, una spaurita strisciolina di terra artificiosamente posata sopra un alto muro, poi uno sguardo in su, lungo una strada che si perdeva ripida all’infinito, e in giù lungo vertiginosi vicoli a gradini. Innumerevoli volte le mie suole chiodate scivolarono sul selciato liscio e umido di pioggia. Ed era quasi buffo vedere intanto che ai piedi di quella città impervia, edificata al prezzo di un’indicibile fatica, si stendeva, verde e agevole, un’ampia e ridente pianura”. Un affresco suggestivo. Ma non solo Gubbio. “In una delle sue numerose visite primaverili in Italia, nel 1911, Hesse spedisce alla prima moglie Maria, fotografa, questa cartolina postale da Spoleto il 28 aprile: “Spoleto è la scoperta più bella che ho fatto in Italia, e così ho pensato: se noi due, magari con i bambini, un giorno venissimo a vivere uno o due mesi in questa bella città e in questa stupenda regione, con qualche bella fotografia e alcuni feuilletons potremmo probabilmente guadagnare bene. Pensaci! C’è una tale ricchezza di bellezze pressoché sconosciute, di monti, valli, ponti, foreste di querce, conventi, cascate...”. Sulla rivista “Marz” del 18 luglio 1911, in una recensione sul libro curato da Frida Schottmuller dedicato a Fra Angelico da Fiesole, scrive: “A Orvieto in quella meravigliosa cappella del Duomo in cui da tutti i muri risplende la straordinaria energia di Signorelli (solo la deliziosa pietà nella nicchia e staia miseramente deturpata dagli allegri orvietani con un levigato e dolce trastullo in marmo), in quella cappella Fra Angelico, cinquant’anni prima di Signorelli, ha dipinto tre cassettoni del soffitto e i suoi angeli e profeti non solo reggono il confronto con quanto eseguito da Signorelli, ma in senso decorativo completano i cassettoni ad angolo acuto in maniera così perfetta e brillante, come sarebbe riuscito a pochi maestri persino del tardo Rinascimento”. Testimonianze, suggestioni, affreschi di una regione che nel tempo ha saputo mantenere intatto il suo fascino. Quel fascino di cui Hermann Hesse a distanza di un secolo è ancora perfetto testimonial.

 

HERMAN HESSE, UNA VITA A CAVALLO DI DUE SECOLI

Vissuto a cavallo di due secoli, Hermann Hesse (1877-1962) è considerato, insieme a Thomas Mann, uno dei maggiori scrittori di lingua tedesca del Novecento. Tra le sue numerose opere tradotte in italiano vanno ricordate “Sotto la ruota”, “Siddharta”, “Il lupo della steppa”, “Demian”, “Amicizia”, “Viaggio in India”, “Pellegrinaggio d’Autunno”, “Hermann Lauscher”. Nel 1946 gli è stato attribuito il premio Nobel per la letteratura.


Tratto da: Fuaiè Revue

Autore: Giovanni Bosi

Fotografie: Archivio Archis, Mariano Bonpresa

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Umbria Sotterranea

UMBRIA UNDERGROUND

Un viaggio alla scoperta dell’Umbria più nascosta: pozzi, cisterne, grotte, cunicoli e città sotterranee raccontano la storia di una regione: dagli Etruschi al Medioevo, passando per i Romani.

 

L’Umbria è una regione ricca di storia, dove si sono avvicendate diverse civiltà e differenti popolazioni. Una testimonianza assai interessante di tale caratteristica viene dalla diffusione dei resti di aree oggi sotterranee che hanno avuto in tempi passati un ruolo specifico importante all’interno degli insediamenti urbani. Un itinerario avvincente che, oltre a farci scoprire luoghi di grande fascino, ci introduce in periodi storici molto lontani e ci aiuta a comprendere sistemi di vita al giorno d’oggi difficilmente immaginabili. Si va dai vasti locali di origine romana o medievale, dalle massicce volte e dalle possenti colonne adibiti a cisterne per la raccolta della pioggia indispensabili per le popolazioni cittadine sempre in debito di acqua potabile, ai pozzi naturali, anch’essi con funzione di contenitori idrici, alle tombe riccamente decorate dei patrizi etruschi e dei cittadini dell’Urbe, a delle vere e proprie città sotterranee.

 

Proprio queste ultime assumono un valore storico particolare perché diventano spesso moniti e testimonianze dell’intolleranza e della furia di popolazioni esasperate dall’oppressione dei potenti. I grandi spazi della chiesa ipogea a navata unica coperta da volta a botte di S. Domenico di Narni, con pareti scavate direttamente nella roccia e ricoperte da intonaco, parlano di una comunità di modeste dimensioni che però poteva vantare una stanza, in pietra bianca e rosa, dedicata allo svolgimento dei processi del Tribunale della Santa Inquisizione, a ricordarci quanto fossero diffuse e capillari prima il controllo e poi la repressione, da parte della Chiesa Cattolica Romana, di qualsiasi barlume di eresia.

Le strette vie della Rocca Paolina di Perugia testimoniano, invece, la rabbia degli abitanti del capoluogo umbro che non esitarono a distruggere e rigettare nelle viscere della terra uno degli esempi più mirabili di architettura militare rinascimentale esistente nella penisola, quella Rocca Paolina commissionata nel 1540 dall’allora Pontefice Paolo III Farnese (1468-1549) all’architetto Antonio da Sangallo il Giovane (1484–1546), massimo specialista di questa tipologia di costruzioni, per tenere a freno, grazie all’incombente minaccia rappresentata dalla sua poderosa mole, alla sua torva guarnigione e alle sue terribili galere, l’irrequieta e avversa popolazione cittadina.

 

Alla caduta del potere temporale dei Papi (1860) a niente valsero i tentativi della parte più illuminata della cittadinanza di salvare il prezioso edificio, tanta era la voglia dei perugini di cancellare l’orrido simbolo di così sofferta dominazione. Oggi possiamo ancora percorrere, alla luce dei faretti elettrici disseminati lungo il percorso, le vecchie e anguste viuzze con i cortili, le piazzette, i forni e le botteghe che attraversavano il Colle Landone, il punto più alto di Perugia, e che circondavano la possente rocca. Ancora ben visibili e visitabili la sala delle guardie papali ed i resti della casa della nobile e potente famiglia Baglioni fiera avversaria di Paolo III per il possesso della città.

Orvieto deve alla sua singolare posizione il ricco dedalo di vie sotterranee. La particolare natura geologica della rupe su cui sorge, fin dal tempo delle origini etrusche quando veniva chiamata Velzna, permise di scavare cunicoli, scale, passaggi inattesi, stanze che continuarono a svilupparsi tanto in età medievale che nel periodo del Rinascimento. Questo consente un appassionante viaggio underground attraverso la storia nel cuore della città. Emozioni diverse ci procura la discesa della stradina, ai tempi percorribile anche dalle carrozze, che si avvita intorno al Pozzo di San Patrizio grazie al quale la cittadina possedeva quell’indipendenza idrica che gli permetteva di sopportare anche eventuali lunghi assedi dalle vicine municipalità rivali.

 

Todi e Amelia ci aiutano, invece, a comprendere, attraverso le molteplici cisterne e i numerosi pozzi sparsi nel territorio urbano quanto fosse importante per un paese di medie dimensioni governare in maniera efficace il flusso delle acque e provvedere a organici sistemi di distribuzione delle stesse. L’assicurazione del rifornimento idrico, sia per l’approvvigionamento di acqua potabile che per lo svolgimento delle pulizie internamente al centro abitato, una sua corretta canalizzazione e un’altrettanto adeguata diffusione sono sempre stati nei secoli bisogni primari delle popolazioni comunali tanto nell’ambito della salvaguardia del decoro cittadino che in quello dell’assicurazione di una corretta gestione igienica degli spazi urbani, in modo particolare nei tempi in cui la tecnologia non era ancora sufficientemente sviluppata per assicurare approvvigionamenti regolari ed il rischio di epidemie minacciava di continuo gli abitanti.

 

Insomma ci sono tutte le caratteristiche per programmare un tour sotterraneo ricco di attrattive e di piccoli, grandi tesori ancora tutti da scoprire. Un itinerario ad oggi poco conosciuto ma di grande importanza documentaria, in grado di offrire al visitatore una ragione in più oppure un’ulteriore occasione per visitare l’Umbria, una regione che non finisce mai di stupire.

 

Tratto da: Fuaiè Revue

Autore: Stelvio Catena

Fotografie: Archivio Archi's,  Mariano Bonpresa

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